Appunto di Giampio Bracchi per Fondazione Creativi Italiani.
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Con l’ormai vicino termine del piano italiano PNRR, che ha fatto leva essenzialmente sulle importanti risorse previste da Next Generation EU, si rende necessario trovare nuove ingenti risorse mirate a supportare la ormai necessaria transizione del nostro sistema industriale ed economico verso l’incorporazione delle varie tecnologie di Intelligenza Artificiale.
L’Italia e la sfida globale dell’Intelligenza Artificiale
Non si tratta di investire in nuovi modelli linguistici generali di larghe dimensioni (LLM) come ChatGpt, perché questa partita appare ormai fuori dalla portata dell’Italia e probabilmente anche dell’Europa: stanno infatti conquistando il mercato una decina di piattaforme mondiali, con enormi investimenti, e saranno verosimilmente statunitensi e cinesi.
In Europa non si è investito per tempo con adeguati capitali, e si sono invece fatte regole premature e d’intralcio alle nuove iniziative.
Ma non v’è solo l’AI generativa, c’è la robotica, l’interazione fra software e sensoristica del mondo reale, l’agentistica, l’AI percettiva, il supporto intelligente alle decisioni, la cibersicurezza, ecc., e sono innumerevoli le applicazioni di queste tecnologie, che si sono affinate e potenziate negli anni, all’industria, all’agricoltura, ai servizi, alle infrastrutture, alle professioni. L’Ai è uno strumento trasversale, che si può utilizzare in tutti i settori.
Settori strategici italiani e applicazioni dell’AI
E’ allora possibile e opportuno indirizzare i nuovi investimenti alle aree in cui l’Italia ha eccellenze nell’industria e nella ricerca applicata, e dove l’AI può fare la differenza, dalla meccatronica alla farmaceutica e all’agroalimentare, dall’abbigliamento all’arredo, dalla nautica all’aerospaziale e alla difesa.
Filosofia di intervento: fondi privati con incentivi pubblici
Filosofia di intervento per il finanziamento delle imprese per gli investimenti AI: fondi privati con incentivi pubblici.
Per affrontare la necessaria trasformazione e rigenerazione con l’AI le imprese devono investire in modo importante, e saranno ancor più dipendenti dal sistema bancario per le loro esigenze di finanziamento.
E’ facile stimare che le imprese italiane avranno bisogno di ben oltre 100 miliardi di euro di capitali freschi, e che di questi non più della metà possa venire dai mercati finanziari tradizionali.
E’ quindi necessario agire velocemente per allargare a nuovi canali di finanziamento, al fine di consentire alle imprese la concreta realizzazione di iniziative industriali di medio-lungo periodo nella direzione della trasformazione digitale con l’AI, ed è evidente che per superare questa fase di profonda trasformazione sono necessari strumenti di intervento di natura straordinaria.
Il ruolo del risparmio privato e dei fondi di investimento
L’Italia ha accumulato un ingente risparmio privato (superiore ai quattromila miliardi) e ha anche un crescente risparmio previdenziale con i Fondi Pensione. Nella attuale situazione è ben presente, anche a livello d Governo, il problema di come favorire una remunerazione positiva di questo risparmio al contempo reindirizzandolo verso l’economia reale. Una soluzione è quella di strumenti come Fondi dedicati di Private Equity e Private Debt e Fondi ELTIF (European Long Term Investments Funds), resi appetibili con garanzie pubbliche da concedere a prestiti a lungo termine ad aziende sane ma in difficoltà per i nuovi investimenti e ad ingressi nel capitale di imprese nei settori strategici.
E’ dunque importante l’adozione di misure concrete per indirizzare il risparmio degli italiani verso scelte volontarie di sostegno all’economia reale.
Le pur necessarie nuove risorse pubbliche dovrebbero, cioè, essere viste come il capitale iniziale sul quale far leva per chiamare su base volontaria imprese e privati a partecipare alla rigenerazione dell’economia del Paese.
Bisogna conciliare l’obiettivo della corretta remunerazione del risparmio privato nel medio-lungo periodo con quello di proteggere, ammodernare e reindirizzare il sistema produttivo, allargandone anche selettivamente la base.
Limiti dell’interventismo statale e ruolo dello Stato facilitatore
Va anche ricordato che il pubblico in Italia non ha una storia di successi nel capitale delle imprese, soprattutto in quelle medie e piccole.
Un ritorno all’interventismo statale del secondo dopoguerra, riproducendo strumenti analoghi all’IRI e alla Cassa per il Mezzogiorno, e sperando che ciò possa produrre un nuovo miracolo economico, può all’opposto portare, nella mutata situazione economica e demografica del Paese, a un ritorno agli anni ’70 e ’80, quando la spesa pubblica e i salvataggi di imprese alimentarono un modello di crescita rivelatosi presto insostenibile, creando ad esempio il “lazzaretto” di imprese senza futuro finite nella Holding GEPI.
Occorre uno Stato facilitatore e traghettatore, non uno Stato imprenditore.

Private capital e trasformazione digitale delle PMI
Il benessere del nostro Paese è stato costruito dalla vitalità delle imprese private, in prevalenza di piccole e medie dimensioni e a base familiare, ma capaci di esportare.
Nell’attuale fase di rapida trasformazione tecnologica, resa necessaria dall’affermazione graduale dell’AI, occorre ora che al mondo imprenditoriale e agli investitori privati e istituzionali venga richiesto e stimolato un rinnovato sforzo e un impegno in funzione non solo difensiva, mettendo in gioco nel Paese i capitali disponibili.
Per questo sarà cruciale il ruolo del private capital (private equity, venture capital, private debt e private infrastructure), perché servono capitali anche privati, competenze settoriali e managerialità. Sono indispensabili fondi o investment companies che investano in capitale o in strumenti partecipativi. Con la trasformazione digitale, insieme a tanti problemi, si presentano anche grandi opportunità di crescita per il nostro sistema industriale, con intere filiere di piccole e medie imprese che è necessario innovare, aggregare e far crescere dimensionalmente: ma perché questo avvenga con successo sono necessarie competenze specifiche, imprenditorialità, allineamento di interessi fra investitori e imprenditori e collegamenti con i mercati internazionali, che gli operatori dei Fondi posseggono.
Va però osservato che nei trenta anni di storia del Private Equity italiano la grande maggioranza degli investimenti è stata indirizzata ad acquisizioni di maggioranze del capitale delle aziende (buyout), mentre ridotto è stato il contributo ad aumenti di capitale di minoranza, affiancando gli imprenditori validi che mantengono il controllo dell’azienda: sono invece proprio questi ultimi investimenti che vanno ora stimolati ed incentivati per la trasformazione digitale delle aziende.
Proposta: nuovi fondi certificati “Digitalia”
La proposta: nuovi fondi certificati “Digitalia”
Gli strumenti da proporre prevedono l’accreditamento di Fondi certificati italiani (Fondi di Investimento Alternativi, ELTIF), i nuovi fondi “Digitalia”.
Per favorire investimenti, prevalentemente di minoranza, dei fondi “Digitalia” nel capitale di rischio delle PMI, si dovrebbe introdurre una garanzia pubblica entro limiti e condizioni predeterminati, capace di mitigare il rischio degli investimenti in azioni, quote, obbligazioni o titoli di debito, di società italiane o stabilite in modo permanente in Italia.
Ciò favorisce l’afflusso del risparmio privato verso le imprese con il meccanismo dei Fondi, beneficiando di un effetto leva sulla raccolta dei fondi certificati che consente di moltiplicare le risorse per le imprese, ed insieme si utilizzano pienamente le risorse professionali già esistenti nel settore dei fondi e si promuovono anche nuovi operatori professionali con nuovi fondi.
Incentivi fiscali per investitori istituzionali e privati
Per stimolare ulteriormente gli investitori istituzionali italiani (fondi pensione, enti previdenziali, compagnie assicurative) ad ampliare gli investimenti in economia reale attraverso l’allocazione in questi fondi, che hanno la caratteristica della ridotta liquidità, è opportuno introdurre anche un credito di imposta per fondi pensione, casse di previdenza e imprese assicurative che sottoscrivano fondi certificati.
Per stimolare anche le persone fisiche con elevati patrimoni, oggi clienti delle reti di Private Banking (1.300 miliardi di masse complessive amministrate) a diversificare la propria allocazione di asset verso questi Fondi alternativi illiquidi, è opportuno introdurre anche per questi investitori (così come è già attualmente previsto per gli investitori in startup e PMI innovative), un incentivo fiscale nella forma di credito di imposta.
I Fondi certificati si rivolgeranno a aziende, operanti in settori strategici, che hanno necessità (e capacità) di investire in innovazione digitale, internazionalizzazione, crescita dimensionale, e a aziende sane ma in situazione di temporanea difficoltà che – a seguito degli investimenti tecnologici- abbiano necessità di ri-normalizzare la struttura del capitale o di ristrutturare il debito.
Già oggi, pur con i limitati incentivi esistenti, alcuni operatori hanno autonomamente avviato iniziative in questa direzione.
Gli obiettivi di raccolta privata e le risorse pubbliche necessarie.
Con l’introduzione delle nuove misure, sulla base della esperienza già riscontrata negli anni scorsi con i fondi PIR, è ipotizzabile un raccolta aggiuntiva di 4-5 miliardi all’anno per i fondi ELTIF, e di 5-6 miliardi all’anno per i fondi di private equity, venture capital e private debt, per un valore complessivo di risorse addizionali di una decina di miliardi all’anno, provenienti da investitori privati e istituzionali: nell’arco del quinquennio 2027-2031 si tratterebbe dunque di un ingente valore di circa 50 miliardi aggiuntivi, gestiti e investiti con modalità efficienti di mercato e non di assistenzialismo statale, con allineamento di interessi fra privato e pubblico.
Le garanzie pubbliche potrebbero avere nel quinquennio un valore cumulato di circa 5 miliardi, e il minor gettito fiscale sarebbe nell’ordine di 6-8 miliardi complessivi. Il moltiplicatore dello stanziamento pubblico risulterebbe elevato (uno a cinque), e si colmerebbe una parte importante della prima citata necessità di nuovo capitale di rischio (oltre 100 miliardi) per il riarmo AI del Paese.
Coinvestimenti pubblici e ruolo di CDP
Per rendere più rapida la partenza dei fondi “Digitalia”, si può adottare in parallelo anche una più tradizionale iniziativa di investimento pubblico diretto nei Fondi, con un investimento pubblico complessivo di 2 miliardi all’anno, e con strumenti peraltro già noti e utilizzati con successo anche in Italia da Fondi di Fondi promossi e capitalizzati da Cassa Depositi e Prestiti come anchor investor.
In aggiunta, andrebbe anche prevista una iniziativa di investimenti pubblici diretti nelle imprese in matching automatico con i fondi “Digitalia”, con un investimento di altri 2 miliardi all’anno, che però, senza necessità di nuovi stanziamenti, potrebbe avvalersi di una parte delle risorse pubbliche già previste per l’investimento in capitale e gestite da Cassa Depositi e Prestiti.
Tale dispositivo potrebbe riproporre per i fondi “Digitalia” la misura per il Venture Capital già sperimentata in passato con successo (prima con la legge 388/2000 e poi con il “Fondo Rilancio” di CDP Venture Capital): si tratta di interventi in co-investimento automatico (esclusivamente di minoranza), che raddoppiano gli aumenti di capitale sottoscritti dai fondi certificati, con categorie di titoli o azioni che seguano un meccanismo di distribuzione di utili che favorisce parzialmente i sottoscrittori privati, mentre le eventuali perdite sono sopportate con modalità “pari passu”. L’operatore pubblico non interverrà nella governance, ma avrà diritti di controllo e di veto su operazioni straordinarie nelle imprese oggetto di intervento.
Regole di accreditamento e governance dei fondi
Devono essere stabilite con chiarezza le regole che i Fondi debbono adottare nei loro regolamenti per essere accreditati, con condizioni mirate a garantire l’allineamento dell’interesse privato con la finalità pubblica.
I fondi certificati dovranno prevedere formule nuove nei loro regolamenti, come opzioni di riscatto all’imprenditore per renderlo meno restio all’apertura del capitale, o partecipazione come investitori di banche che conferiscono crediti da trasformare in capitale e strumenti partecipativi; dovranno anche accettare vincoli, come il divieto di utilizzare la leva finanziaria per le acquisizioni, per non aggiungere ulteriore debito, o il divieto di distribuzione di dividendi e azioni, di pagamento di bonus e di licenziamenti per un certo periodo.
La certificazione, ove opportuno, potrà essere concessa selettivamente per orientare il sistema economico verso i settori innovativi nei quali è importante la trasformazione digitale o l’allargamento della base industriale.
Conclusione: Stato catalizzatore della trasformazione AI
Con misure come quelle sopra proposte lo Stato, oltre ad investire rapidamente con automatismi e senza sprechi, incentiverà e motiverà l’azione congiunta di imprese, famiglie ed istituti previdenziali e finanziari per facilitare e potenziare la trasformazione AI della nostra economia.
